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il CONTEST DAMPAÌ

il CONTEST DAMPAÌ

Se hai acquistato un prodotto DAMPAÌ, indossalo e fatti una foto.

Pubblica la foto sul tuo profilo pubblico Instagram, tagga #dampaì e, se tu riceverai più di 50 like e ce lo comunicherai con un messaggio, riceverai il nostro anello LOVEJOY .

Noi ti pubblicheremo sulle nostre Stories di Instagram.

Tu per noi sei importante, chiunque tu sia.

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DESIGN DEMOCRATICO

DESIGN DEMOCRATICO

UNA BORSA DI DESIGN È PER SEMPRE

Mi piace pensare che una mia borsa possa essere indossata da chiunque, seguendo l’idea “design democratico” che ha fatto grande l’IKEA.

Quando, nel 2010, è nata DAMPAÌ sul mercato esistevano le borse delle grandi firme a prezzi con tre zeri e le borse economiche. Quest’ultime erano usuali, senza un minimo di originalità ed innovazione.

DAMPAÌ si è inserita in questi mercato con la vision di vendere sogni a prezzi accessibili e trasformare gli oggetti moda in oggetti di design da indossare.

Per la realizzazione delle borse, ho cercato materiali meno pregiati e meno costosi come la pelle riciclata, il feltro proveniente dalle bottiglie di plastica (PET), la plastica EVA e poi il silicone. Ho progettato la prima borsa e poi le successive proprio con lo stesso metodo con il quale, per tanti anni, ho progettato “case e cose”. La borsa DAMPAÌ  sarebbe stata funzionale, dalle linee semplici (quasi architettoniche), ed esteticamente accattivante. La borsa DAMPAÌ era diversa da tutto ciò che il mercato offriva.

È così che è nata la linea di borse Bernarda/Handbag

Semplici sia nel disegno che nella lavorazione. La ONE, la TWO e  la THREE erano borse completamente smontabili,  così che potessero essere facilmente trasportabili, con un risparmio sia nelle spedizioni ai nostri rivenditori che nell’immagazzinamento del prodotto.

Ancora oggi, abbiamo in commercio i modelli TWO e THREE. Queste borse sono state riviste e corrette e, per la loro semplicità di realizzazione, sono confezionate all’interno del laboratorio DAMPAÌ, nel carcere di Porto Azzurro.

Credo che un artista, uno stilista, un progettista come me debba, essere interessato a veicolare le sue idee estetiche alla maggiore quantità di persone possibile, tralasciando l’aria elitaria e ormai desueta del “bello per pochi”, cercando viceversa di sviluppare i concetti di estetica e bellezza per renderla accessibile ad un grandissimo numero di persone, nel gusto e nel costo.

Simona Giovannetti Architetto

La lavorazione di ogni borsa in pelle DAMPAÌ è italiana, prodotta e confezionata nel nostro laboratorio toscano; ogni particolare della borsa ed ogni accessorio è prodotto appositamente su nostro disegno (tiralampo, logo, bottoni….), ogni modello ha un design unico e non ritrovabile sul mercato in altre borse di uguale target.

Spesso ciò che sembra facile non lo è, e necessita di tanto lavoro.

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Il silicone è ECO-FRENDLY?

Il silicone è ECO-FRENDLY?

Il silicone è indiscutibilmente un’alternativa sostenibile alla plastica.

Eco-friendly: il silicone, a differenza della plastica che è un derivato dal petrolio, è un derivato dal silicio e per la sua composizione è considerato parte della famiglia della gomma. La silice è una delle risorse naturali tra le più diffuse sulla terra ed è assolutamente non inquinante. Viene utilizzata da secoli per la produzione del vetro ed è attualmente impiegata in moltissimi settori industriali.

Resistente e non tossico per gli organismi acquatici o del suolo: il silicone resiste a sbalzi estremi di temperatura – da molto freddo a molto caldo – senza sciogliersi, creparsi o degradare, è praticamente indistruttibile a differenza della plastica, che dispersa nell’ambiente, si scompone in micro-frammenti (microplastiche) contaminando il nostro territorio, gli oceani e diventando cibo per gli animali che confondono i pezzi colorati e brillanti di rifiuti di plastica per del cibo.

Riciclabile: il silicone non è un rifiuto pericoloso e, sebbene non sia biodegradabile, può essere riciclato dopo una vita di utilizzo.

Rispettoso: non contiene petrolio, non contiene piombo, non contiene pvc, tutte sostanze potenzialmente dannose sia per la salute umana che per l’ambiente.

Silicone mon amour

Versatile, resistente, riciclabile dopo una lunga vita, non inquinante, rispettoso del suolo, della flora e della fauna, dei mari e degli oceani: il silicone è indiscutibilmente un’alternativa sostenibile alla plastica. Polimero fabbricato a partire dalla silice, che si trova in grande abbondanza nelle rocce e nella sabbia e che viene utilizzata da secoli per la produzione del vetro, il silicone è un materiale che si presta a molteplici utilizzi anche e soprattutto nel campo del design e degli accessori moda. Un esempio eclatante è la linea di borse in silicone 100% che Dampaì ha affiancato alla classica produzione di borse in pelle e pelle riciclata.

CINI N°2 con tracolla in pelle

CINI N°2 DAMASCATA con catena

LUCIA N° 4

CINI N°3 DAMASCATA

POUCH con tracolla in pelle

POUCH  a mano

Il brand Dampaì, nato nel 2011, frutto della creatività di Simona Giovannetti, architetto e fashion designer elbana sempre attratta dal mondo colorato della plastica, ha trovato nel silicone una valida alternativa eco-friendly.

“Avevo bisogno di un materiale capace di superare numerose sfide: più sicuro per la salute rispetto alla plastica, completamente riciclabile e quindi con un impatto minore sull’ambiente, ma nello stesso tempo durevole, inalterabile, ipoallergenico, morbido, in grado di sostenere e se possibile ampliare la gamma cromatica in cui vengono declinate le nostre collezioni”.

“È così che sono nate: Cini n° 2, Cini n° 3, Lucia n° 4 e Pouch, tutte realizzate con un silicone scelto con cura per resistere ad un uso intenso e capaci, nella loro versatilità, di rispecchiare stile e gusto e durare nel tempo, perché

“una borsa di design è per sempre”.

Quattro modelli differenti per design, dimensioni e colori, ma accomunati da un progetto virtuoso e da uno slogan romantico:

“Silicone mon amour”.

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LOVEJOY RING

LOVEJOY RING
blog- anello lovejoy con sfera gialla

ECCO LA STORIA DELLA NOSTRA CAMPAGNA PUBBLICITARIA SUL LOVEJOY RING

Andrea, Claudia, Marco e naturalmente la sottoscritta abbiamo deciso di fotografare ragazze di origini etniche non italiane, nate all’Elba o che semplicemente ci vivono. Con indosso l’anello, avrebbero dovuto assumere la tipica posizione di chi esige il silenzio con il dito sul naso. Un gesto deciso, un messaggio, rivolto a chi, soprattutto in quei mesi, urlava sui media la voglia di chiudere i confini nazionali al passaggio di chi arriva da territori lontani.

Lanciato una call su Facebook!

Abbiamo allestito un set fotografico a casa mia, come sempre, e in un pomeriggio invernale elbano abbiamo aspettato che le “modelle” arrivassero.

Sono arrivate ragazze che conoscevamo e ragazze che non avevamo mai visto né mai incontrato. Sono arrivate da sole, con un amico, con un’amica o con i loro genitori.

Antefatto

La sera prima ero andata al cinema e nella fila dietro di me c’era Michela, una bella ragazza dai lineamenti asiatici. Le avevo chiesto se voleva partecipare alla nostra campagna pubblicitaria e il giorno dopo è arrivata accompagnata da suo padre. Non conosceva le altre ragazze, ma subito si è instaurato tra loro una complicità, forse dettata dalle loro origini così diverse e così vicine. La timidezza e la diffidenza dei primi momenti è sparita velocemente.

Soufian, un ragazzo del Marocco che per tanti anni ha vissuto di fronte a casa mia, letto il post su Facebook, mi ha telefonato chiedendomi se Martina, la sua compagna, 100% italiana e madre della sua bambina, avrebbe potuto farsi fotografare: “Certo!”

Terminato il lavoro.

Avevamo fotografato l’ultima ragazza e ci stavamo godendo l’ultima sigaretta insieme, quando è arrivata Jennifer con i suoi genitori: la madre dell’isola d’Elba ed il padre del sud America. Jennifer non sarebbe voluta venire, si vedeva brutta e non voleva apparire, ma la madre la aveva spinta a farsi fotografare ed aveva avuto ragione: Jennifer era bellissima.

Si è lavorato, si è riso, si è parlato; qualcuna delle ragazze non aveva ancora la cittadinanza italiana, tutti ci sentivamo “isolani”.

Abbiamo fotografato tutte le ragazze che ci sono venute a trovare: tutte belle, tutte Dampaì!

lovejpy-ring-bimbe

THE WORLD IS A SPHERE,

THERE IS NO EAST

OR WEST*

Ai WeiWei

 

* Il mondo è una sfera, non esiste Est o Ovest.

Jasmine

Nadia

Shopie

Elisa

Camila

Vanessa

L’anello LoveJoy

riprende il sistema binario della gioia, la filosofia DAMPAÌ.

La serie LoveJoy nasce al cominciare del 2015, in concomitanza col passaggio della cometa C/2014 Q2, meglio conosciuta con il nome del suo scopritore, l’australiano Terry Lovejoy. Visibile come una scia luminosa nei cieli dell’emisfero nord del nostro pianeta, in direzione sud, proiettata sulla costellazione dell’Eridano, in basso a destra rispetto a quella di Orione…

LoveJoy è l’anello DAMPAÌ: il supporto è in acciaio e su questo si inseriscono, in un gioco di colori,le  sfere colorate, brillanti e perlate.

I colori vibrano e ci trasformano…

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Joana

Jennifer

Michela

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Martina

Siwar

Greta

LOVEJOY RING

è un oggetto di design da indossare in un gioco di combinazioni.

LOVEJOY RING

è colore, è design, è gioco, è emozione.

LOVEJOY RING

La campagna di comunicazione visual con le ragazze dell’isola d’Elba, tutte così diverse, tutte così belle!

SÌ all’amore, SÌ alla gioia, SÌ a tutte le provenienze geografiche.

Gaia

Shopia e Nadia

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DAMPAÌ faces

DAMPAÌ faces
prima campagna fotografica dampai

Come è nata DAMPAÌ 

Era fine 2010, sembra tanto tempo fa, perché tante cose da allora sono successe…

Da molto che volevo avvicinarmi al mondo del design, dopo tanti anni di lavoro nel mio studio di architettura a progettare case, finalmente avevo le possibilità economiche per seguire la mia passione.

MYS: progetto di un infradito

Già da due anni collaboravo con un gruppo di Bologna per la produzione ed il lancio nel mondo della moda di una infradito da me ideata (https://www.facebook.com/MYS-327439464004139/), ma il progetto, nonostante gli investimenti ingenti fatti, non prendeva forma. Avevo proposto un nome per questa infradito: DAMPAÌ. Lo avevo scelto durante una cena con le mie amiche di sempre, tra le quali Shole, persiana, che frequento dal tempo dell’università. DAMPAÌ è una parola composita iraniana che significa “a portata di piede“, vuol dire infradito, ma ha un significato più ampio che si avvicina al nostro “a portata di mano“: si calza facile, si porta facile.

Il gruppo di Bologna aveva indetto un concorso internazionale e quattro focus group per trovare il nome alla mia infradito e DAMPAÌ non fu preso nemmeno in considerazione. Fu scelto MYS (Make Your Style), tutta un’altra storia.

blog-rima-canpgana-fotografica

Bianca

Marketng…

Erano trascorsi due anni di tante parole e pochi fatti, si parlava di marketing, si usavano parole in inglese e poco si concretizzava, ed io, con l’esperienza acquisita, ho pensato di fare da sola. Ho fondato la Dampaì srl (società unipersonale) ed ho ideato e prodotto un bijoux in gomma: un laccio di caucciù cavo ed un pernetto metallico. Il pernetto entrando nella cavità del laccio ne permetteva la chiusura e, a seconda della lunghezza del laccio, potevi creare un bracciale o collane di vari lunghezze. Era nato il bijoux Dampaì.

In commercio, fino a quel momento, non esistevano veri e propri bijoux di gomma: Dampaì era il primo!

blog prima campagna fotografica dampaì

Alice

blog- prima campagna fotografica

Elia

prima campagna fotografica dampai

Alessandro

blog prima campagna fotografica amalia

Amalia

blog prima campagna fotografica dampai ilio

Ilio

blog prima campagna fotografica dampai

Camilla

La prima campagna fotografica: DAMPAÌ faces…

La prima campagna fotografica Dampaì ha preso forma in un pomeriggio del dicembre 2010, con la collaborazione dei mie amici fotografi Andrea Lunghi e Marco Barretta e con la mia amica artista, nonché editrice, Angela Galli,

Durante le vacanze natalizie, abbiamo realizzato un vero e proprio studio fotografico nella cantina/studio di Angela nel centro storico di Capoliveri all’isola d’Elba, dove abito, e abbiamo chiamato e fotografato amici, parenti e tutti quelli che passavano per strada e venivano a curiosare: tutti fotografati con il bijoux Dampaì.

Il progetto che è nato così, con la gioia e la spontaneità che traspare negli scatti di tutti i partecipanti.

La nostra campagna fotografica ed il bijoux, ci sono stati poi copiati da un grande brand italiano, ma nessuna di queste sensazioni traspare dai loro scatti rubati.

prima campagna fotografica dampai tommaso

Tommaso

prima campagna fotografica dampai roberta

Roberta

prima campagna fotografica dampai pietro

Pietro

pria campagna fotografica dampai

Pippo

prima campagna fotografica dampai lisa

Lisa

prima campgana fotografica dampai gianfranco

Gianfranco

Davide contro Golia…

Nel gennaio 2011 il bijoux Dampaì sbarca in fiera al Macef di Milano, non passa inosservato ed è subito un successo.

Il forte brand del gioiello italiano, Boccadamo srl, copia Dampaì lanciandolo “Toobe” nel mercato nazionale con un lancio pubblicitario su i più popolari media e riviste quale gioiello dell’estate. Il bijoux Dampaì, meno conosciuto, diventa la copia del brand più famoso, ma Dampaì va per vie legali e vince, prima, la causa d’urgenza e, poi, il reclamo contro Boccadamo srl, dimostrando l’imitazione sia dei suoi bijoux che della campagna pubblicitaria del prodotto ai danni della Dampaì srl.

blog-prima-campgna-fotografica-dampai

Dario

prima campagna fotografic dampai

Fabiola

prima campgna fotografica dampai paola

Paola

prima campgna fotografica dampai lorenzo

Lorenzo

prima campagna fotografica dampai

Marta

prima campgna fotografica dampai elia

Elia

Dampaì is easy, is fun, is smart… it’s you!

Il bijoux Dampaì è un ornamento, un accessorio e gioco allo stesso tempo che ci stimola alla ricerca del nostro ritmo. Ritmo di colori, ritmo di forme, ritmo di equilibri, ritmo di sensazioni che facciamo proprie a seconda della nostra percezione e della nostra estetica: tracciamo così il nostro tratto distintivo, il nostro segno, quindi ci contraddistinguiamo. Dampaì suscita l’euforia del gioco in tutti coloro che vi si avvicinano e lo manipolano con il desiderio di comporre, attraverso i colori e le forme, infinite combinazioni e sovrapposizioni, monocromatiche, binarie e multicolor.

Il brand Dampaì ricerca nella chiave contemporanea del design un nuovo modo di personalizzare i propri accessori.

Dampaì è semplice, non banale, é un gioco fresco, instaura un’interazione creativa con chi lo indossa, un oggetto d’arte da indossare e da portare.

Dampaì is easy, is fun, is smart… it’s you!

prima campagna fotografica irene

Irene

prima campagna fotografica magdala

Magdala

prima campagna fotografica dampai- federico

Federico

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A Lucia

blog lucia bartolini
lucia 1 borsa

La storia e le biografie mi hanno sempre appassionata. Le fonti di ispirazione per i miei progetti, che siano di architettura o di design, sono spesso figure di donne.  Le loro vicende parlano di talento, visionarietà, nuovi linguaggi e quasi totale assenza di riconoscimento sociale. Da qualche anno, ho deciso di legare, in maniera diretta, la mia progettazione alla loro memoria. I nomi degli oggetti di design Dampaì da indossare sono un tributo alle personalità femminili che sento più vicine a me.

Una di queste è la designer e architetto Lucia Morozzi Bartolini del gruppo Archizoom

blog lucia foto archizoom

Archizoom, 1968. Da sx, Andrea Branzi, Gilberto Corretti, Paolo Deganello, Massimo Morozzi, Dario e Lucia Bartolini. Photo © Studio Branzi

A Lucia

Lucia Morozzi Bartolini nel 1968  si unisce con il marito Dario al gruppo degli Archizoom che è fondato a Firenze nel 1966 da Andrea Branzi, Gilberto Corretti, Paolo Deganello e Massimo Morozzi. Il gruppo rimane una delle voci più autorevoli dell’architettura radicale*.

Archizoom

Gli Archizoom abbracciano molti settori della creatività e della progettazione, dal disegno di oggetti, all’abbigliamento, dal design del mobile alle grandi proposte a scala urbana. Interpretano gli ideali di una generazione che crede in una umanità liberata dai vincoli dell’architettura e lotta. Affermano concetti culturali alternativi, sperando in uno stile di vita anticonformista e di totale libertà. Il gruppo incarna l’idea di un’architettura e di un design policromi e festosi, definibili come “pop”.

Superonda, Safari e Mies Chair

E percorrendo le linee del pop, con il desiderio di stimolare la creatività e la fantasia individuale, nascono le creazioni spesso provocatorie come i celebri divani Superonda e Safari per Poltronova e la Mies Chair, in aperto contrasto con le teorie allora in voga del funzionalismo.

Grey Room

Alla mostra tenutasi al MoMA di New York nel 1972 “Italia: il nuovo paesaggio domestico” gli Archizoom preparano la installazione Grey Room , un ambiente animato dalla voce di una donna che descrive una bella casa colorata, all’interno della quale non ci sarebbero ostacoli allo spazio.

Il design diventa quindi un manifesto e si avvicina all’approccio artistico…

blog lucia superonda immagine

Divano Superonda per POLTRONOVA 1967

blog lucia poltrona safari

Divano Safari per POLTRONOVA 1966

blog lucia mies poltrona

Mies Chair per POLTRONOVA 1969

blog lucia grey room

Grey Room – Installazione al MOMA di New York 1972

«vestirsi è facile perché l’eleganza è morta».

La prima indagine sull’abito inteso quale elementare forma di habitat umano è dello stesso periodo e da questo concetto scaturisce la collaborazione con Fiorucci: è il progetto “Vestirsi è facile” (Dressing Design), presentato alla XV Triennale di Milano.

Il gruppo si scioglierà nel 1974.

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Dressing Design. Foto di Olivieri Toscani del 1972

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Dressing Design. Foto di Olivieri Toscani del 1972

blog lucia bartolini palazzo strozzi 2017

Borsa grembiule Lucia Morozzi Bartolini,  presentata nel 1973 a Palazzo Strozzi nel 2017 alla mostra “Utopie Radicali: oltre l’Architettura. Firenze 1966/1976” – foto © Inexhibit

Vestirsi è facile (dressing design)

Tratto dal blog: https://bau-house.blogspot.com/2015/07/vestirsi-e-facile.html

Era il 1971. È impossibile affidare l’origine di un’idea ad un membro, lavorando in un gruppo e a  distanza di più di quaranta anni. Ma questa volta è più facile: Lucia era l’unica fra noi abile a cucire e che iniziò per prima. Altri ci lavorarono intorno e ognuno portò del suo e così nacque “Vestirsi è facile” (Dressing Design).

Perché “facile”?

Perché era il nocciolo duro della filosofia di progettazione del gruppo: la creatività è dono diffuso, liberiamola dalla stupida pretesa di farne il privilegio di pochi. Le consuetudini della moda non ci soddisfacevano: perché indossare gli abiti per soddisfare l’etichetta di esigenze e di occasioni imposte dalla società? Perché non posso vestirmi come mi pare. Perché non posso vestirmi in ragione del mio umore e del mio personale voler apparire? Queste idee erano condivise nel gruppo.

La semplicità ed il coraggio

Lucia applicò al suo modo di vestire le altre filosofie a noi comuni: la semplicità, l’eliminazione delle procedure complicate, la freschezza di pensiero, ed infine il coraggio. Fu prodotto un sistema di taglio e cucito e fu illustrato con disegni e filmati. Vogue ne fece un’articolo fotografato da Oliviero Toscani e lanciò pubblicamente l’idea. Cercammo e trovammo uno sponsor disposto a finanziarlo: si prestò Elio Fiorucci che, a Milano, aveva aperto un negozio di moda e varia umanità e che condivise l’idea. La presentò a “Mare moda Capri” che si tenne a Capri in quell’estate.

“Mare moda Capri”

Avevamo due biglietti per partecipare a quell’evento ed eravamo una decina. “Nessun problema”, dissero gli amici napoletani che ci affiancavano. Studiarono il posto e trovarono un punto in cui la villa, dove doveva avvenire la manifestazione, comunicava in modo discreto e non sorvegliato con l’esterno. In quel esatto punto, i primi due si sarebbero recati per consegnare i biglietti ad altri due e così via. Entrammo tutti. Le indossatrici sfilarono di corsa e al ritmo di una musica rock. “Vestirsi è facile” apparve così inconsueto e, forse, indiscreto e, credo, che pochi riuscirono a capire cosa le indossatrici portassero addosso.

blog foto matrimonio Lucia Morozzi Bartolini

Lucia e Dario nel giorno del loro matrimonio quando indossavano il regalo di Archizoom: due cappelli/mitria che dovevano suonare ed emettere luce nell’incastrarsi, .

blog lucia dressing design

Sfilata “Vestirsi è facile” a Mare Moda Capri nell’estate 1971

Sfilata “Vestirsi è facile” a Mare Moda Capri  nell’estate 1971

*L’architettura radicale è un movimento sperimentale che si sviluppa in Europa negli anni 1960-1975 circa. Il movimento racchiude una serie di esperienze avvenute in vari campi disciplinari che hanno in comune la necessità di rompere con la disciplina progettuale e funzionale portata avanti negli istituti universitari.

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Buon Vento

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Dampaì è da sempre legata al mondo del mare delle barche a vela e delle donne.

Quest’anno Dampaì ha deciso di contribuire alla manutenzione di Luna.

Luna è un Dufour 31 del 1979 che nell’ottobre del 2012 è stato regalato alla nostra amica: il Capitano Silvia Pollina.

Silvia Pollina è classe 1970 e così si racconta: “Abito in un bosco di lecci sull’isola del tempo perso. Ho la passione per il mare, per il suo movimento fluttuante, per le profondità e per quel meraviglioso rallentamento del tempo che sdrammatizza la vita in un unico concetto dell’esistenza: vivere.”

Questa estate Luna veleggerà con il nuovo fiocco a firma Dampaì.

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*Buon Vento Luna!

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*Buon Ventoè un augurio che usa chi naviga a vela, ma racchiude un senso profondo e che non si limita solo a chi va per mare. Il vento buono è qualcosa che si può augurare a chiunque e va oltre il concetto di fortuna.
Ecco perché serve “buon vento” ad ognuno di noi. Una volta che la tempesta si placherà, non basterà una risacca a ristabilire tale e quale la situazione precedente, ma avremo bisogno di un vento favorevole. Un  “buon vento” che ci metta nella condizione di affrontare con coraggio e consapevolezza il nuovo viaggio.

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A Gae

A Gae
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La storia e le biografie mi hanno sempre appassionata. Le fonti di ispirazione per i miei progetti, che siano di architettura o di design, sono spesso figure di donne. Vicende, le loro, che parlano di talento, visionarietà, nuovi linguaggi e quasi totale assenza di riconoscimento sociale. Da qualche anno, ho deciso di legare in maniera diretta la mia progettazione alla loro memoria. I nomi degli oggetti di design Dampaì da indossare sono un tributo alle personalità femminili che sento più vicine a me.

Una di queste è la architetto e designer italiana Gae Aulenti (1927 – 2012).

Ecco alcuni passi della sua storia che voglio ricordare

A Gae

Gae (diminutivo di Gaetana) Aulenti è stata protagonista di primo piano della storia dell’architettura contemporanea in ambito nazionale e internazionale.

Si laurea in architettura al Politecnico di Milano nel 1954. Da subito collabora con la storica rivista Casabella e inizia una carriera eclettica e versatile. Cosmopolita. Con il suo tratto inconfondibile segna restauri di musei, allestimenti di mostre, di scenografie teatrali e oggetti che hanno segnato la storia del design.

Viene insignita di numerose onorificenze, tra cui il Premio Imperiale del Giappone 1991 che per importanza è considerato il Nobel in ambito artistico.

Con la sua eterna uniforme di pantaloni, maglioni neri, tacchi bassi, i grandi occhiali rotondi, con i capelli sempre corti, ha raccontato la sua autonomia e libertà da ogni inquietudine, moda e costrizione femminile. Vittorio Gregotti, suo coetaneo, collega e amico, ha ricordato Gae come la ragazza che alla fine degli anni ’40 arrivava al Politecnico in Lambretta, come le donne ancora non osavano.

Ha avuto una lunga relazione amorosa con Carlo Ripa di Meana e dato il nome con cui lo chiamava alla sedia a dondolo Sgarsul, diventata poi un oggetto cult. Si allontanò da lui per via del suo essere da sempre di sinistra e da ciò che lei stessa definiva “Craxismo deleterio”. Lui diventerà poi il marito di Marina Lante della Rovere, ma non dimenticherà mai «quei meravigliosi anni milanesi accanto a una donna così speciale».

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Nel 2012, anno della sua morte, è stata inaugurata e intitolata a Gae Aulenti la piazza circolare che si trova al centro del complesso della Unicredit Tower di Milano, nella modernissima zona Garibaldi.

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A Eileen

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Eileen Gray blog - immagine 1 -borsa

La storia e le biografie mi hanno sempre appassionata. Le fonti di ispirazione per i miei progetti, che siano di architettura o di design, sono spesso figure di donne. Vicende, le loro, che parlano di talento, visionarietà, nuovi linguaggi e quasi totale assenza di riconoscimento sociale. Da qualche anno, ho deciso di legare in maniera diretta la mia progettazione alla loro memoria. I nomi degli oggetti di design Dampaì da indossare sono un tributo alle personalità femminili che sento più vicine a me.

Una di queste è la designer e architetto irlandese Eileen Gray (1878-1976)

È doveroso ricordare la sua vita e la sua opera dimenticata per troppo tempo.

A Eileen

Eileen Gray, è considerata tra le figure principali del design del XX° secolo

Ostinata, curiosa, alla ricerca incessante di un’elegante semplicità, dal carattere riservato, ma con il piacere di giocare e con il senso dell’ironia. Ha origini aristocratiche; si forma nella pittura e nelle arti decorative di fine Ottocento per giungere dopo un intenso percorso nel cuore dell’architettura moderna. Apertamente bisessuale, la Gray ha una lunga, importante ed intermittente relazione con l’architetto e scrittore rumeno Jean Badovici di quindici anni più giovane di lei.

Il rapporto tra Le Corbusier e La Gray e la E-1027

È Badovici che le fa conoscere il suo amico Le Corbusier e sono loro che la spingono verso l’architettura. Eileen incomincia a studiare architettura con l’aiuto di Adrienne Gòrska (una delle prime donne laureate in architettura in Francia) e del compagno e nel 1924 con lui incomincia a lavorare alla casa ‘au bord de la mer’ che diventerà uno dei manifesti dell’architettura moderna, proclamata Monumento Nazionale dallo Stato Francese: la E-1027 a Cap Martin.

La E-1027 è una idea della Gray ed è per il suo amante che la progetta. E-1027: E sta per Eileen, il 10 è la J di Jean (la decima lettera dell’alfabeto), il 2 è la B di Badovici e il 7 è la G di Gray. La Gray lavora al progetto intensamente per 3 anni, anima e corpo, calcolando tutto e disegnando anche i mobili, le luci e scelto i colori: il bianco e i colori chiarissimi su tutte le pareti. Badovici, passa a controllare l’avanzamento lavori solo quando può.

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«un lavoro acquisisce valore solo attraverso l’amore che riesce a manifestare».

Le Corbusier sviluppa una vera ossessione per la E-1027. In primis costruisce lui stesso una casa per vacanze, il famoso capanno Cabanon talmente appiccicato alla E-1027 da violarne la privacy. Poi, successivamente alla rottura del rapporto tra la Gray e l’amico Badovici, mentre è suo ospite, realizza sulle pareti immacolate della E-1027 una serie di otto murales alludenti alla bisessualità della designer. Oltre a ciò, fa questo atto totalmente nudo e si premura di farsi fotografare (da cui una delle più note foto di Le Corbusier).

Eileen ne rimane sconvolta, lo definisce un atto vandalico, una vera e propria offesa al candore originario e non metterà mai più piede nella casa.

Quell’episodio contribuirà sia a far sì che la storia si dimentichi di lei come autrice primaria del progetto e i libri di storia dell’architettura attribuiranno la realizzazione della casa in modo alterno a Le Corbusier o a Jean Badovici.

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Il ritiro di Eileen dalla vita pubblica

La Gray continuò a lavorare e a progettare ritirandosi però dalla vita pubblica e conducendo una vita ritirata fuori dall’establishment dell’architettura e del design.

Il pieno riconoscimento internazionale delle opere della Gray sarà solo nel 1968 con un articolo del critico Joseph Rykwert su Domus che ne rivaluta la sua figura.

Eileen Gray, muore nel 1976 a Parigi nella sua casa-studio al 21 di rue de Buonaparte. I suoi prodotti sono considerati attualmente come pezzi pregiati del design del Novecento.

Il giudizio dell’azione di Le Corbusier nella E-1027

Beatriz Colomina, storica dell’architettura, interpretando l’azione di Le Corbusier come un caso psichiatrico e così ne scrive: pare che “Le Corbusier voglia marcare il territorio, come un cane che fa la pipì agli angoli della strada, voglia far prevalere la sua figura cancellando quella di lei, riempiendo un salotto bianco con dei disegni colorati, mettendo la sua firma in uno spazio che non gli appartiene”.

Le Corbusier morirà nel 1965 mentre nuota, a pochissima distanza dalla E-1027.

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Bernarda Handbag – The Story

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The Story

Bernarda Handbag è la borsa DAMPAÌ.

Ha questo nome in onore del catamarano Bernard London. Il Bernard London è una barca in alluminio di 15 metri  voluta fortemente dall’armatore Roberto Pambieri e progettata dall’architetto navale Rodolfo Foschi nel 2006.

Bernarda H/B ha preso forma e vita sul Bernard London durante un fantastico viaggio di 1600 miglia nel Mediterraneo, oltre le mitiche Colonne d’Ercole e verso l’Isola di Lanzarote alle Canarie.

È così che Bernard London parte da Porto Azzurro all’Isola d’Elba il 19 settembre 2011. Arriva a Lanzarote la mattina del 1° ottobre. L’equipaggio é formato da due donne e cinque uomini. Simona Giovannetti, alias Dampaì, è a bordo. Bernarda H/B è stata concepita, ideata e progettata al 10° giorno di navigazione, attorno al 32esimo parallelo, al largo della costa marocchina e in quel tratto di mare tra Casablanca e la città di Essaouira….

Tratto dal libro di Angela Galli “Verso Ovest in viaggio con Bernard London, dall’Isola d’Elba a Lanzarote in catamarano”. Persephone Edizioni

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